“Dall’agricoltura consegue il profitto più onesto, più stabile, meno sospetto: chi è occupato in quell’attività non nutre pensieri malevoli”, scriveva Catone nel160 a. C. nel suo “De Agricoltura”. Lavorare la terra è uno dei mestieri più antichi della storia, richiede buona volontà, pazienza e una saggezza particolare, di cui solo uomini leali e accorti sono depositari. Ussana, centro agricolo del Campidano di Cagliari, sorge su un’ampia pianura di terreni fertili, caratterizzata da piccole colline. Distante una ventina di chilometri dal capoluogo, il paese occupa una zona di confine tra le ultime propaggini dei rilievi del Sarrabus e la piana campidanese. “Siede tra la sponda sinistra del fiume che forma i rivoli che scendono dal territorio montuoso del detto dipartimento di Dolia o Jola, e la sponda destra di quello che proviene dalla Trecenta, in esposizione a quasi tutti i venti, perchè le eminenze vicine non sono tali da fargli riparo, se si eccettua nella regione meridionale il colle di Moristene, o dirò meglio il gruppo del monte Olàdiri” (Angius-Casalis).

Il centro abitato si trova nella valle del rio Flumineddu che, provenendo da oriente, si dirige poi a sud-ovest verso lo stagno di Cagliari. Il territorio comunale, di forma quasi trapezoidale, è circondato da alcuni rilievi collinari, fra cui il monte Zara e il monte Agutzu. La sua felice collocazione, a poca distanza dalla strada statale 131, ne ha favorito negli ultimi anni l’espansione. Molte nuove famiglie hanno scelto di trasferirsi ad Ussana alla ricerca di un luogo sereno e tranquillo in cui abitare, ma anche comodo per poter raggiungere in breve tempo la città di Cagliari e il suo hinterland. Questa particolare prerogativa è attestata anche nell’Angius- Casalis, che a metà dell’800 aveva già individuato le potenzialità del paese: “Gli ussanesi hanno il carattere degli altri campidanesi nel fisico e nel morale. Applicati al lavoro e corrisposti bene dalla benignità del suolo, vivono i più in qualche agiatezza e se maggiore fosse l’industria, otterrebbero duplo almeno il profitto che or hanno, massime per la comodità del sito prossimo alla strada di Cagliari e poco da essa distante”.

La presenza dell’uomo in questo territorio è documentata a partire dal Neolitico. L’antico villaggio ha origini romane e non lontano da esso passava la strada militare che congiungeva Caralis con Olbìa attraverso la Barbaria. In epoca medioevale fece parte del giudicato di Cagliari, nella zona amministrata dalla curatoria di Dolia, che occupava un vasto territorio a nord della piana del Campidano. Il toponimo non ha origine chiara e forse deriva dal paleosardo, ma è registrato solo a partire dal XIV secolo. L’abitato ha conservato nel centro storico il suo assetto tradizionale. Caratteristica la presenza della tipica casa campidanese realizzata con mattoni di terra cruda e paglia (làdiri) e affacciata su una corte interna abbellita da un grande loggiato (sa lolla). “L’architettura e il compartimento delle abitazioni è il solito: le strade son tutte selciate, il che diminuisce i danni dell’umido, e facilita il passo, che in altri paesi è impedito dai fanghi, su cui le case sembrano galleggiare”, si legge nell’Angius-Casalis.

 

Edificio di particolare rilievo è quello dell’ex Montegranatico, situato nei pressi del municipio, che ospita nei suoi locali la biblioteca comunale ed una grande ed attrezzata sala conferenze. La parrocchiale di San Sebastiano sorge al centro del paese su un precedente edificio del XV secolo. Presenta un impianto a tre navate, una facciata baroccheggiante ed una torre campanaria a canna quadrata, ben visibile da diversi punti del paese. Accanto alla parrocchiale sorge l’oratorio, chiesa di piccole dimensioni costruita nel ‘700. Altra importante costruzione è la chiesa medioevale di San Saturnino, che si trova su una modesta altura a nord del centro abitato. Menzionata per la prima volta in un manoscritto del 1581, dal quale risulterebbe essere l’antica parrocchiale, fu costruita in forme romaniche nel secolo XII dai Vittorini. Originariamente aveva un’aula a due navate di diversa ampiezza, chiuse da due absidi scandite da arcate e la copertura con la volta a botte. Nel XIII secolo, dopo un parziale crollo della volta, i muri furono sopraelevati e l’aula fu coperta con legno a capriate. L’edificio su poi soggetto nel ‘700 ad un radicale mutamento: si invertì l’asse liturgico, si eliminarono le absidi e si sistemò l’altare ad ovest.  Di conseguenza la parte retrostante della chiesa si tramutò in facciata, gli antichi ingressi furono chiusi ricavandone una nicchia per l’altare. Da un documento custodito nell’archivio della Soprintendenza si evince che nel 1917 la chiesa venne destinata ad alloggio dei prigionieri di guerra. Nel 1972 ebbero inizio i lavori di restauro.

 

All’interno dell’edifico si conservano un sarcofago del III sec. d.C. e alcuni rocchi di colonna, anch’essi di epoca romana, indubbiamente pertinenti all’insediamento che in quel periodo si trovava in questo territorio. Le testimonianze archeologiche presenti ad Ussana sono prevalentemente ascrivibili all’età dei romani. Presso la chiesa di San Lorenzo, nel 1949 furono riportati alla luce negli scavi condotti da Giovanni Lilliu i ruderi di un complesso termale risalente al IV secolo d. C., probabilmente facente parte di una importante villa rustica, le cui strutture murarie andarono poi distrutte. Le terme erano organizzate per ambienti, disposte intorno ad una vano molto ampio, probabilmente il “tepidarium”, ossia la sala riscaldata a media temperatura. Vi erano poi i “calidaria”, sale in cui la temperatura era alta, i “paefurnia”, vani e forni per il riscaldamento,  il “laconicum”, destinato ai bagni di vapore e i “frigidaria”, con vasche di acqua fredda. Nelle campagne del paese si trovano poi le rovine di alcune chiese, già in stato di abbandono durante l’Ottocento: Santa Giuliana, San Genesio, San Lussorio e San Pietro, che era la parrocchiale del paese scomparso di Janna. Il calendario ussanese è animato da diverse feste: si inizia a gennaio con quella dedicata a San Sebastiano, a giugno San Giovanni, l’Assunta a ferragosto, San Michele il 29 settembre, San Saturnino ad ottobre ed infine Santa Lucia a chiudere l’anno. Una comunità semplice, aperta ed accogliente, quella di Ussana, la cui bontà traspare dai frutti della propria terra, genuini come chi li ha coltivati.