I viaggiatori europei del secolo scorso hanno sempre mostrato un forte interesse nei confronti della Sardegna. Li si potrebbe immaginare percorrere i sentieri di montagna in sella ad un asino ed in compagnia di un qualche ambulante dal quale cercano di apprendere il maggior numero di informazioni possibili sulle usanze e sulle tradizioni di un popolo sentitamente amato e rispettato.

 

Oppure potremmo figurarceli affacciati al finestrino di un treno dall’andatura incerta che col suo lento ondeggiare riesce a suscitare nel loro animo delle intense sensazioni che la loro penna trasformerà poi in sublimi descrizioni capaci di far rivivere al lettore quelle stesse emozioni da loro provate. Era meraviglioso correre nel luminoso mattino verso il cuore della Sardegna annotò lo scrittore britannico D. H. Lawrence recandosi a Sorgono nel gennaio del 1921.

 

Il cuore della Sardegna, il suo centro geografico, si trova proprio nel territorio di questo amabile paese adagiato su una verde conca sul lato occidentale del Gennargentu e facente capo alla regione del Mandrolisai. Collocato a settecento metri sul llivello del mare, il paese si estende su una superficie di 56,19 Km² con una popolazione di circa 2000 abitanti. La presenza dell’uomo in questo territorio risale all’epoca prenuragica, come dimostrano i ritrovamenti e i siti archeologici sparsi nella zona.

 

Oltre alla presenza di numerosi nuraghi tra i quali si possono menzionare Talei, Nuraghe Lò, Nuraghe Orrùbiu, racchiusi tra le bellezze archeologiche sarde di maggiore importanza secondo quanto testimoniano le fotografie scattate dal padre domenicano inglese P. P. Mackey alla fine dell’Ottocento, si devono ricordare le 15 tombe dei giganti assieme alle diverse Domus de janas.

 

 

Ma se queste testimonianze archeologiche contraddistinguono in maniera rilevante una buona porzione del territorio isolano, Sorgono si fregia di un altro patrimonio archeologico che lo fa emergere a livello europeo. È il parco archeologico di Biru ‘e Concas (sentiero delle teste) all’interno del quale è possibile ammirare uno dei più suggestivi raggruppamenti di menhir di tutta la Sardegna.

 

Oltre 200 giganti di pietra che si ergono spettacolari tra le sughere del bosco nel quale sono inseriti e che – disposti in due file parallele – danno l’idea di imponenti guerrieri pronti a difendere il territorio che occupano. A poca distanza da questo luogo è possibile osservare, inoltre, il nuraghe che prende il nome della zona e sulla collina antistante è stato ritrovato un villaggio di grande interesse, a ulteriore conferma della centralità di  tutto il territorio.

 

 

L’abbraccio della folta e ricca vegetazione, costituita da lecci, sugherete, castagneti e alberi da nocciole si apre armoniosamente all’incantevole scenario di estese colline coltivate con ottimi vitigni dai quali nascono i rinomati vini del Mandrolisai, soprattutto il Bovale sardo, detto Muristellu, anche se non mancano il Cannonau e la Monica.

 

La cultura enologica che caratterizza il territorio è un motivo d’orgoglio per la comunità che ha saputo dare valore alla tradizione legando la sapienza del fare antico alle innovazioni, in maniera tale da permettere l’inserimento di questo prodotto in un mercato di un certo livello. Kent’annos, Dulchesa e Rosso superiore sono alcune denominazioni di vini prodotti dalla Cantina sociale del Mandrolisai che dal 1954  trova a Sorgono la sede di elaborazione di tutto il territorio.

 

Oltre che centro geografico della Sardegna, il borgo rappresenta dunque anche un punto di riferimento per tutti i paesi circostanti, come afferma il primo cittadino, Francesca Barracciu, alla guida del paese da un anno e nove mesi, ma con una esperienza pluriennale da amministratrice comunale, da consigliere e assessore. Una comunità la cui economia è basata sui servizi, sul commercio e sull’edilizia.

 

L’ospedale San Camillo, l’Ispettorato provinciale per l’agricoltura, gli uffici dell’Inps e della Direzione provinciale del lavoro insieme all’Istituto superiore di secondo grado Fratelli Costa-Azara che offre la possibilità di scegliere tra un percorso liceale e uno di tipo professionale costituiscono alcuni dei servizi messi a disposizione dal paese alla popolazione di tutto il circondario. Da menzionare anche la sede staccata dell’Università degli studi di Cagliari che propone il corso di laurea in informatica da seguire in videoconferenza.

 

Peraltro il nuovo scenario aperto dalla legge regionale n. 12 sull’unione dei Comuni e delle Comunità montane non preoccupa in modo particolare il sindaco che tiene a precisare che il ruolo centrale svolto dal suo paese anche in quanto sede della Comunità montana Barbagia-Mandrolisai non verrà modificato, qualunque sia la tipologia di ente sovracomunale cui si darà vita nel territorio.

 

Il ruolo determinante di questo paese deriva anche dalla posizione assunta in determinati momenti storici. Con la pace del 1388 tra l’Arborea e Giovanni d’Aragona appare il nome del curatore della Barbagia-Mandrolisai: “Et ego Jacobus de Sii habitator sindicus actor curiatoriarum”, il quale raccoglie le adesioni date dal Francesco Pitzalis, il Maiore de Villa. Il 15 maggio del 1507 la Barbagia del Mandrolisai viene incorporata nel patrimonio regio ed ottiene il diritto di essere governata da un nobile del luogo. Infine nel 1807 Sorgono diviene uno dei 13 capoluoghi di provincia presenti in tutto il territorio isolano.

 

 

L’importanza di questa forte influenza che il paese ha mantenuto con il trascorrere dei secoli viene sottolineata dal sindaco anche come conseguenza di una grande vivacità della comunità che si rispecchia in maniera eccellente nel quotidiano impegno associazionistico, sia esso di tipo culturale o di volontariato. Tutte le associazioni, infatti, contribuiscono con il loro operato alla realizzazione di attività ed eventi non solo legati alla tradizione, ma anche alla contemporaneità, come l’Ichnusa Festival che da qualche anno propone per un’intera settimana iniziative artistiche e culturali di interesse nazionale.

 

 

Per ciò che concerne la tradizione è doveroso riferire della profonda devozione dei sorgonesi a San Mauro al quale è dedicato uno dei santuari campestri più antichi della Sardegna sito a ca. 5 Km di distanza dal paese. Addossata al principiare dell’erta che chiude la pianura sottostante s’erge la chiesuola campestre di San Mauro, nera e screpolata, quasi protetta dal campanile di pietra. Da lungi si sarebbe detta un antico castello medioevale.

 

Il muro di cinta con i suoi due ampî portoni situati uno ad oriente, e l’altro a occidente, e quella sessantina di casette nane (muristenes), le quali vengono abitate dai fedeli che vanno a fare la novena, accoccolate tutto intorno alla chiesa coi loro tetti oscuri, o pieni d’erbe, contribuivano a dare vieppiù l’aspetto di castello alla chiesa.

 

Fuori dal recinto sacro era sorto un vero paese; centinaia di carri, trasformati in abitazioni, chiusi con lenzuola e con coperte di lana davano l’idea di lontane barche con le vele spiegate. […] Nella pianura un formicolio irrequieto, uno spandersi, un ammassarsi compatto di folla vociante. Migliaia di cavalli montati da arditi cavalieri, correvano in tutte le direzioni, saltando muri, varcando fossi. […]

 

La chiesuola, le casette, i carri, le capanne, le migliaia di costumi sfavillanti al sole, le corse sfrenate dei cavalli focosi, visti da lungi offrivano allo sguardo, il più bello, il più grandioso, il più ricco dei quadri, ove il colore fosse stato gettato a grandi pennellate, senza risparmio, con un’arte insuperabile, inarrivabile.

 

La coloritura e i tratti forti offerti dalle riflessioni dell’artista nuorese Antonio Ballero nel suo romanzo Don Zua restituiscono l’intensa sensazione di quale valore ricoprisse la festa dedicata al Santo e della vivacità che animava questa vallata nel mese di maggio, quando in occasione della festa religiosa veniva allestita la più importante della tre fiere della Sardegna che richiamava i commercianti del circondario, e non solo.

 

 

Per ridare lustro a questa festa, che da un po’ di tempo pareva aver perso la sua originaria vitalità, quest’anno il comitato di San Mauro, costituito dai ragazzi della Leva del ’67, sta lavorando con molto entusiasmo alla realizzazione di tutte e tre le festività legate al Santo che scandivano l’anno dell’intera comunità: Santu Mauru de is dolos (gennaio), Santu Mauru de is frores (lunedì dopo Pasqua) e Santu Mauru erricu (fine maggio – inizi di giugno).

 

E questo a conferma di quanto sostiene il sindaco, ossia dell’importanza che riveste il mantenimento di quel bagaglio di conoscenze umane e culturali che ci vengono dal passato, “evitando di codificarle e chiuderle all’interno di un contenitore che possa essere consegnato sterilmente nelle mani delle giovani generazioni, ma prediligendo piuttosto una via che ne faccia emergere la loro spontaneità all’interno della vita comunitaria veicolando e nutrendo quotidianamente il senso di appartenenza che è uno dei pilastri dell’identità”.

 

 

Per gli appassionati di curiosità storiche appariranno di notevole interesse le iscrizioni che si possono ancora leggere sul portale della facciata della chiesa che ricordano come il santuario venne adibito a lazzaretto durante l’imperversare della peste (Sisinio Vacca Pisti hizo la corantena con todos sus cameradas el año 1656).

 

Tra le altre chiese campestri presenti nel territorio vale la pena ricordare quella di Nostra Signora d’Itria e quella di Santu Giacu risalente al XIV secolo e che rappresenta l’ultima testimonianza del villaggio di Espasulè scomparso all’inizio del Settecento.

 

 

La leggenda vuole che il nobile Francesco Giuseppe Urru, noto in paese con l’appellativo di tiu Múrtinu Mannu, abbia distrutto il villaggio per impossessarsi delle sue terre. L’interno dell’abitato racconta nelle sue varie attestazioni architettoniche la storia dell’intera isola fatta di dominazioni e di lingue diverse: tra gli stretti vicoli del rione Forreddu, il più antico del paese, gli occhi del visitatore possono ammirare variegati esempi di architettura aragonese e vengono attratti da un valido esempio di architettura tardo gotica, la Domus Carta, un palazzotto seicentesco residenza dei nobili Carta di Sorgono e del presule Sebastiano Carta, Vescovo ausiliario del De Esquivel a Cagliari e in seguito Vescovo di Bosa.

 

Di marca spagnola è invece la prigione situata nel centro storico, dalle cui finestre i reclusi potevano rimirare la tanto temuta (!) collina detta Su cucuru ‘e sa fruca. Nel rione Funtana Lei, invece, si può vedere una fonte pisana. Percorrendo a ritroso le varie fasi storiche di questo territorio non si può trascurare un ritrovamento di grande interesse rinvenuto dal canonico Contini nell’Ottocento nelle campagne circostanti il paese.

 

Si tratta del famoso diploma di honesta missio risalente all’88 d. C. e che oggi può essere apprezzato in tutto il suo splendore nel Museo archeologico di Cagliari. Altra tappa fondamentale a destare curiosità è la stazione ferroviaria terminale della linea Cagliari-Sorgono, un caratteristico esempio di architettura di ingegneria ferroviaria di fine Ottocento. Risalente, invece, al XV secolo è la Parrocchiale Santa Maria Assunta che domina la piazza principale del paese.

 

 

Si fa ritorno dunque al nucleo centrale dell’abitato. La piazza, luogo vitale nel trascorrere quotidiano del tempo, punto d’incontro e di scambio, a sua volta centro di un territorio che con le sue innumerevoli ricchezze invita ancora una volta ad un viaggio di scoperta nel cuore della Sardegna sull’esempio dei tanti viaggiatori che si sono avventurati alla ricerca di tesori conservati dal silenzio della natura o messi in luce dalla sapienza dell’uomo.

 

Il taccuino e il fluttuare lento di un treno forse non sono più necessari, ma il ricordo delle parole di Marcel Proust probabilmente sì: Un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre, ma avere un occhio nuovo.