Tra tutte le specie botaniche presenti nelle campagne sarde, ce n’è una che per i suoi molteplici usi si potrebbe definire il re delle erbe di campo: il finocchietto selvatico. Cresce rigoglioso e spontaneo in tutte le zone della Sardegna era ed è largamente usato dalla antica saggezza popolare per creare e insaporire pietanze, oltre che per scopi curativi.
Nel periodo che va da febbraio ad aprile, passeggiando per le campagne sarde è facile imbattersi in vere e proprie distese di finocchietti selvatici, riconoscibili per il verde brillante delle foglie e il giallo dei profumatissimi fiori. Se ne raccolgono gambi e fogliame nel momento in cui sono ancora teneri per creare pietanze e insaporire carne e legumi. Naturalmente nella nostra società matriarcale, anche la raccolta dei finocchietti era un compito femminile e ancora qualche decennio fa, nei campi, le massaie sarde ne facevano incetta riempiendo per bene il loro grembiulone ripiegato a mo’ di tascone per contenere il prodotto così generosamente offerto dalla nostra terra.
Ricordo che da bambina seguivo le donne della mia famiglia in questo rituale che mi incuriosiva e, osservavo quanta minuzia vi mettevano nel mondare con attenzione i turioni tenendone solo la parte più tenera già pronta per la cottura. Il tutto si svolgeva a poche centinaia di metri dalle abitazioni del paese, sempre in un clima di allegria, trotterellando non troppo distante dalle adulte, mi divertivo a tenere le coccinelle in mano, osservarle e subito liberarle per la felicità di vederle scomparire nel cielo sempre terso e azzurro, ma torniamo a noi…
La seconda fase consisteva nel cuocere (prevalentemente per bollitura) il finocchietto selvatico, che in questa maniera con l’aggiunta di qualche uovo costituiva solitamente la cena per la famiglia. La pianta aromatica aveva impiego anche come insaporitore nella preparazione di costine di maiale, pasta e ceci, minestre di verdure, pane con ciccioli, mentre i semi ancora oggi vengono usati per aromatizzare salsicce, dolci come papassini, pani di sapa, anicini ecc…
La ricetta che però mi sta a cuore raccontarvi è quella della zuppa di finocchietti che preparava la mia nonna materna di Bauladu, quindi ci troviamo geograficamente nel cuore della nostra bella Isola a raccontare ancora una volta un piatto povero di contesto agro-pastorale.

Ingredienti per 4 persone:
400 gr di finocchietti puliti dagli scarti, 4 uova, 1 litro di latte, 8 fette di pane casareccio tostato, 1 cipolla tritata, olio qb per soffriggere, acqua qb per lessare, sale.

Portare a ebollizione due litri di acqua salata, tagliare i finocchietti a bastoncini di due centimetri circa, lessarli otto minuti circa, o comunque al dente, (dipende da quanto siano teneri) scolarli tenendo da parte l’acqua di cottura.
In un tegame alto rosolare la cipolla (se si sostituisce l’olio col burro rimane più delicata) e rimestando aggiungere i finocchietti lessati; di seguito, tre mestoli di acqua di cottura della verdura, portare a ebollizione e aggiungere tutto il latte, regolare di sale e far bollire ancora 5-6 minuti.
Spegnere e aggiungere le uova rimestando fino a creare una stracciatella. Servire subito sui crostoni di pane casareccio tostato.
Per una presentazione alternativa cuocere le uova in camicia e servire individualmente sulla zuppa già impiattata.
Buon appettito.