In questa primavera ormai inoltrata, colori e profumi pervadono la nostra terra, un’isola che ancora per un po’ ci regala fiori e frutti selvatici con cui preparare economiche quanto saporite pietanze da portare in tavola.
Passeggiando per le campagne sarde, nei mesi che vanno da febbraio a maggio, è facile trovare una varietà di erbe spontanee quasi tutte commestibili: cicorie, bietoline, finocchietti, cardi, asparagi, crescione, porri e altre.
Di tale ben di Dio, perché, sì, lo ritengo un vero e proprio dono del Cielo, vorrei soffermarmi sull’umile porro, una pianta che cresce prevalente mente nei fossati o esposta al nord, in prossimità comunque di una zona umida. Il suo stelo, lungo in media venti centimetri, ha foglie oblunghe e termina con due o tre candidi fiorellini a forma di campanella, quando raccolto sprigiona il tipico profumo di cipollotto selvatico di cui se ne consumano i bulbi e parte del gambo.

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I ricordi di questa raccolta mi riconducono all’infanzia, quando il tempo, credo scorresse più lento di quello attuale e vicino c’era sempre un componente della famiglia che, senza gli venisse chiesto, era pronto a dare nozioni sulla specie botanica in cui ci si imbatteva; a tal proposito mi viene da divagare pensando a quanto fossi fortunata ad imparare in forma ludica, i nomi delle piante e il relativo uso, i nomi delle stelle e delle costellazioni, dei punti cardinali e dei venti, l’importanza delle stagioni e dei loro frutti, ma anche le preghiere in sardo adatte ad ogni occasione che fosse per un temporale (che le mie nonne temevano a morte) o per la festa di Ogni Santi, o l’ora di andare a dormire, ogni cosa era scandita da un ritmo che allora mi sembrava magico e che mi accompagnò fino alla fanciullezza tristemente culminata col divorzio dei miei e il conseguente crollo del mio mondo incantato. Ma tornando a noi, come sempre in questa rubrica ci prefissiamo di andare alla scoperta o riscoperta delle pietanze tradizionali antiche sarde tramandate attraverso le genealogie femminili, piatti che per intenderci si ottenevano a costo zero avvalendosi della raccolta appunto delle risorse della terra nelle sue stagionalità, con l’utilizzo e il riciclo di tutto ciò di cui si disponeva.
Uno di questi era con l’uso delle uova, in una zuppa di erbe latte uovo oppure in frittata.

La preparazione di una semplice quanto versatile frittata da tutti noi conosciuta, è rimasta la medesima e si procede come segue:
considerate un uovo a persona, 100 gr. di verdure selvatiche per ciascuna porzione: asparagi, finocchietti, cicoria, porro e via discorrendo.
Lavare mondare e lessare la verdura a disposizione con acqua, una volta raffreddata sbattere con la forchetta le uova con un pizzico di sale e unirle alle erbe. Scaldare poco olio in una padella di ferro, rovesciarvi il composto cuocere a fiamma bassa 5 minuti e servire.
Buon appetito.