La lattina di una bibita in primo piano e sullo sfondo le ciminiere del petrolchimico. Al centro una lunga distesa di sabbia grigia che, ormai, non frequenta più nessuno. Una spiaggia deturpata: da una parte, il segno inequivocabile della maleducazione; dall’altra, le tracce perenni del sogno infranto della grande industria che ha creato qualche posto di lavoro ma tanto inquinamento.

Gavino Piana vive a Sorso. Medico a tempo pieno fino a qualche mese fa ha deciso, ora, di dedicarsi esclusivamente alla pittura, sua grande passione da sempre. “Ho dedicato alla pittura gran parte del mio tempo libero”, mi dice mentre, nel suo grande studio, mostra i lavori realizzati negli ultimi trent’anni e che documentano il suo percorso artistico, che non ha disdegnato l’informale, prima di approdare all’ultima fase caratterizzata dal figurativo classico o se preferite dalla rappresentazione reale di cose e luoghi. Ci sono spesso la denuncia e il lamento nei suoi lavori.

Gavino Piana si è imposto, recentemente, al pubblico nazionale quando ha partecipato, ottenendo un grande successo, alla prestigiosa rassegna Arte Laguna Prize, ospitata nella sede della Biennale di Venezia; poi sono arrivate le mostre di Trieste e Roma.

Ai recenti concorsi il medico artista di Sorso ha partecipato con “Interni di ambulatori e ospedali psichiatrici.” Anche con l’arte si può fare una riflessione sulla malattia e raccontare la solitudine di chi entra in quel tunnel che sembra senza via di uscita. “Tutto mi sembrava estraneo” dice il principe Mysckin, nell’Idiota di Dostoevskij. C’è chi in quei luoghi ha smarrito qualunque speranza e affida sconsolato ad una breve frase la propria sofferenza esistenziale: “Dio non c’è”, si legge in una parete corrosa dall’umido che Gavino Piana ha riportato in una sua tela.

La denuncia compare spesso anche nelle marine. Allora le pennellate hanno la forza del pugno allo stomaco inferto contro l’abbandono e contro il deserto dell’indifferenza che avanza ovunque.

Tuttavia non mancano i dipinti di grande serenità che si esaltano con i paesaggi campestri, i vigneti sabbiosi e, talvolta, anche con gli scorci di mare in cui compare qualche isolato ombrellone. Allora i colori si fanno più tenui quasi dovessero accompagnare dolcemente l’incanto del momento.

In nessuna tela dedicata al paesaggio compare l’uomo. Non c’è mai nei dipinti la figura umana. Se c’è resta in disparte. La sua presenza è ingombrante. Forse l’uomo ha già fatto troppo danno all’ambiente. Tutt’al più l’artista gli concede di stare al suo fianco mentre osserva e dipinge.

Ma la pittura di Gavino Piana si esalta, a mio avviso, ancora di più nei ritratti. Ne ha realizzati tantissimi; quello di Franca Masu è di grande impatto: fortemente espressivo in quelle pennellate sottili che quasi accarezzano lo sguardo dolce e profondo della cantante algherese e raccontano la sua serenità interiore. E fanno dell’artista di Sorso un grande ritrattista, capace di leggere anche dentro l’animo umano.

 

Tonino Oppes