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Paola Carta, esperienze di vita in giro per il mondo

“Il mio libro ‘Zoe e le altre’ è una raccolta di racconti e poesie, che ha come filo conduttore l’incontro con l’altro e il viaggio in mondi ‘altri’, poco conosciuti, sgradevoli, incomodi: il mondo della povertà, della fame, della violenza, della colpa, della malattia, della vecchiaia. Luoghi dove si percepisce la ‘drammaticità’ della vita, eppure, è la dignità umana di tutte le genti raccontate, che fa scattare in chi legge quella simpatia ed empatia che spinge alla riflessione e invita al rispetto. L’incontro con l’altro, il ‘diverso’, lo straniero, il povero, il vecchio, il malato, messo a nudo senza più ‘etichette’, liberato da ogni status sociale, e semplicemente visto come essere umano. In Zoe, c’è poi l’incontro con me stessa, il viaggio nel mio mondo interiore che viene a galla senza veli, attraverso le poesie.”

Sono le parole di Paola Carta per introdurci nel suo universo. Originaria di Gesico, piccolo centro della Trexenta, è emigrata a Bologna per seguire gli studi universitari alla facoltà di lingue e, da allora, si considera una ‘camminante’ del mondo.

“Già durante il liceo ero interessata ai Diritti Umani e, a Bologna, i miei ideali di giustizia sociale sono maturati. Credo, infatti, sia stata la mia esperienza di volontariato con l’Associazione Piazza Grande, impegnata a promuovere i diritti degli homeless adulti, che mi ha poi spinto a partire in Brasile, sempre come volontaria in una ONG che lavorava con i bambini di strada. Da allora ho iniziato a lavorare nel sociale, prima con le cooperative di Bologna e in seguito con la Cooperazione Internazionale.”

Paola è andata per la prima volta all’estero all’età di 21 anni, destinazione Cambridge. A 24 era a Londra, sempre per imparare l’inglese. Quando poi, dopo l’esperienza di volontariato in Brasile, ha iniziato a lavorare con la Cooperazione Internazionale, ha vissuto in Mozambico, in Angola per molti anni durante la guerra, in El Salvador, ad Haiti, in Colombia. Dei veri masters sul campo.

“La mia scuola di vita – dice Paola – lavoravo come coordinatrice di programmi e progetti in ambito educativo, sanitario, giuridico, economico e ambientale, con gruppi vulnerabili, in contesti di alto rischio: conflitto armato, rifugiati interni, violenza, povertà estrema, soprattutto con bambine/i e giovani di strada, spesso in conflitto con la legge, e donne vittime di violenza, ma anche con le famiglie e le comunità di appartenenza dei gruppi. Il mio campo d’azione ed expertise nell’ambito dei Diritti Umani è diventato, con gli anni, la criminalizzazione della povertà, il genere e l’intercultura.”

Paola Carta ha lasciato la Sardegna a 19 anni e la sua scelta di vita non è stata comunque semplice.

“I primi mesi non facevo che piangere di nostalgia, che mi toglieva l’aria! Quella nostalgia che i brasiliani chiamano ‘saudade’, un sentimento che vive nel tuo cuore e non ti abbandona più, non solo perché in quella terra abita la tua famiglia, amici e parenti, ma sono gli odori, i colori, le luci, i sapori che ti mancano. Ti mancano le rocce, gli ulivi, le querce. Ho scritto una poesia “Sardità” sull’argomento. Sono nata in un piccolo paesino e avevo tanta voglia di conoscere il mondo, ma andar via ha significato, per me, portarmi dietro la Sardegna sempre. In ogni luogo dove ho vissuto, ho sempre raccontato di noi sardi, della bellezza e della sacralità di questa terra piena di dolore e silenzi, e delle sue genti ironiche e testarde, orgogliose e superbe.”

Durante gli anni nella cooperazione internazionale, ha semprecercato di inserire le arti come strumenti di sensibilizzazione e presa di coscienza.

Ero stanca dei soliti corsi di formazione e sensibilizzazione, delle conferenze e dei seminari e sempre più convinta che l’arte potesse davvero ‘aprire’ le menti e soprattutto i cuori degli esseri umani. Ecco che allora mi sono decisa a tornare a Rio de Janeiro, dove è presente il Centro originario del Teatro dell’Oppresso, il cui principio etico di base è quello di ‘riumanizzare’ l’umanità. Sembra un po’ ‘pretenzioso’ come approccio, ma in verità crede nella necessità urgente del ‘riscatto’ o del ‘recupero’ (due parole inadeguate certo) dell’umanità che ogni essere si porta dentro. Attraverso l’arte, il corpo e la pedagogia si consenteai gruppi di creare spazi di riflessione, stimolando visioni alternative e nuove soluzioni alle problematiche che si vivono quotidianamente nei vari contesti sociali (famiglia, scuola, lavoro). Attualmente sono una libera professionista, facilitatrice di processi di sviluppo umano attraverso, appunto, le arti e il movimento e conduco laboratori centrati su questa metodologia, ed altre tecniche legate all’autoconoscenza e all’autoaiuto. Il lavoro è diretto sia ai professionisti delle scienze umane, sia a gruppi di donne, giovani, bambine/i, anziani, che vivono soprattutto in contesti di rischio, disagio sociale, isolamento, indifferenza.”

E poi la decisione di pubblicare il libro. Perché?

“Il libro non vuole provocare la pietà nel lettore, né che si dica dei personaggi che sono ‘poverini’ perché neri, sporchi, poveri, malati, vecchi. Non è nemmeno quello di cercare l’applauso. Il vero fine del libro è quello di raccontare, senza compassione, di questa umanità fragile e dignitosa che mi ha insegnato a cogliere il lato giocoso, leggero della vita, nonostante le avversità. Mi ha insegnato, soprattutto, a vivere il presente ogni giorno, perché oggi ci siamo e domani non si sa. Cosa alquanto difficile per noi occidentali preoccupati sempre del futuro e arrabbiati col passato! È, in fondo, un invito a liberarci dalla superbia e dall’orgoglio, che ci fa credere che non abbiamo bisogno degli altri. Siamo ‘animali sociali’, non possiamo vivere da soli, eppure continuiamo a costruire nicchie e separatismi… Facciamo resistenza a vederci per quello che siamo: fragili esseri umani pieni di paure, che nasciamo e moriamo e, a volte, senza capire perché viviamo.”

Ogni racconto ha delle protagoniste femminili che vivono esperienze in‘submondi’ in cui avvengono gli incontri con questa umanità nascosta, silenziosa, che spaventa, che mette in discussione, che provoca malessere, ma non chiede commiserazione, semplicemente si mostra in questo viaggio dentro le emozioni e le sensazioni, senza giudizi e senza retorica.

“Una donna che racconta le donne e racconta se stessa. Zoe è,infatti, anche una donna sarda. La donna che fa di tutto per non soccombere, testarda come una roccia e severa con se stessa. Il genere ‘racconto’, ricorda la letteratura orale, molto presente in Sardegna e nelle parti del mondo dove ho vissuto. ‘Su contu’, il rito di raccontare intorno a un fuoco, o nelle notti d’estate, con le sedie sull’uscio di casa, sempre con un piccolo pubblico che ascolta e a cui si passa la parola perché racconti la sua storia. È un modo per narrarci e per stare insieme. Il racconto è breve, è immediato, raggiunge subito il suo scopo. Può essere una cosa triste o una cosa allegra; qualcosa di ironico o drammatico, ma il protagonismo non è statico, subito dopo qualcun altro prende la parola. È un continuo fluire fatto di condivisione e orizzontalità. Noi tutti abbiamo qualcosa da raccontare e noi tutti abbiamo qualcosa da imparare dagli altri.”

Zoe è la protagonista di uno dei racconti, è una persona imprevedibile, spontanea, con un temperamento energico e una sfrenata passione per la vita.

“È, un po’, tutte le donne libere, impetuose, fragili, passionarie, allegre, guerriere, guaritrici. Crede nella giustizia e nell’equità di genere e soprattutto crede che il mondo potrebbe prendere un’altra piega se tutte le donne decidessimo di vivere in sorellanza, senza giudizi o invidie.Tutte queste protagoniste raccontano periodi diversi della mia vita, in luoghi e contesti diversi e, di conseguenza, parlano di esperienze diverse, affrontate come meglio ho potuto in quel dato momento e vissute in molteplici tonalità di umore e sentimento, sofferenza e allegria. “

Ora Paola è tornata a casa e desidera restarci

“Vorrei conoscere meglio la mia gente, i luoghi sacri, le culture distinte, le storie, entrare in questo mondo che ho sempre vissuto da lontano, magari con il sentimentalismo che crea la distanza. Sono tornata con il desiderio di riuscire a lasciarmi indietro il fatalismo che ci caratterizza e ci paralizza, credendo che nulla può cambiare. Vorrei riuscire a proporre qui i miei laboratori artistico-pedagogici, godere delle risa e dell’ironia che ci portiamo dentro. Vorrei fare incidenza politica attraverso i dibattiti che le opere di teatro create dai gruppi potrebbero provocare in un pubblico che, spesso, preferisce restare in silenzio, perché ormai non crede più a nulla. Mi piacerebbe ritrovare lo spirito sardo che non si arrende e non vuole farsi più calpestare dalle parole e dalle azioni di persone fameliche e ipocrite che niente fanno per il nostro benessere.”

Massimiliano Perlato

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