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Donne sarde

La storia sarda è la nostra grande bellezza Intervista alla regista Ilaria Muggianu Scano

“Un cambio di narrazione è un’evoluzione narrativa. Tra il proposito di narrare Cagliari su base culturale in vista della sua candidatura a Capitale Europea della Cultura nel 2019, un prezioso Bicentenario tra le mani, la prima Beatificazioni Sarda di Papa Francesco ciò che mi son detta è stato che non esiste un solo ragionevole motivo per cui la Sardegna, ma non solo, non si meriti la realizzazione di un docu film, o meglio Biopic come usa dire oggi, sulla figura di Maria Cristina di Savoia”.

Regista dell’opera è Ilaria Muggianu Scano, giovanissima intellettuale Barbaricina arricchita da decenni di vita a Cagliari che ama riamata tanto da narrarne la Grande Bellezza attraverso ogni canale comunicativo. Sarà un’opera narrata da una Donna (la Regista Ilaria Muggianu Scano) che attraverso una Donna (l’interprete Claudia Tronci) narra di Donne che hanno cambiato la storia.

 

 

Perché parli di evoluzione narrativa?

 

Presso il Salone del Libro di Torino il Ministro della Cultura Franceschini ha asserito: “Gli italiani non leggono a causa della tv, che dovrebbe addirittura risarcire i danni provocati”. Secondo un’ottima norma che mi sono auto imposta cerco di valutare e prendere atto di quanto sia necessario fare i conti con personalistici concetti di comunicazione, talvolta obsoleti. Non si può parlare di “colpe” in ambiente comunicativo e divulgativo. È patetico stigmatizzare chi non legge e fare i vati senza proseliti, che senso ha? Ho trascorso tanti anni della mia vita a compiere ricerca e divulgazione, più di 200 eventi policulturali in cui è stato appassionante appurare che l’Homo Videns – maggiormente recettivo di ogni sforzo comunicativo – non è appena una trovata passepartout da sociologia spicciola. Mi ci butto in mezzo anch’io. Abbiamo bisogno, e perché no: ci meritiamo, tutti i mezzi espressivi che la quinta arte ha da offrire. Lo dico con l’esperienza di chi ha comunicato con la letteratura, il giornalismo, la musica e ora intende sfruttare il canale documentaristico-cinematografico che mi ha emozionato all’Università e folgorato al seguito del mio mentore e ispiratore Giovanni Columbu con cui ho lavorato.

 

 

Quali scogli stai affrontando in questa appassionante ma durissima sfida narrativa?

 

Non nascondo di avvertire come una spada di Damocle il rischio mortale di narrare la storia di una Savoia, nata nei giorni di Palabanda, monarca per di più, in un clima politico di furore indipendentista sardo. Però, bongrè malgrè, questa è storia patria e con serietà scientifica intendo documentarla e denudarla da refusi di spirito politico di chi mitizza o detrae. Certo è che so di non correre il rischio di esser presa alla gola dallo spirito di campanile. L’opera non ne ha alcun bisogno ed il motivo è presto detto: come protagonista assoluta ho fortemente desiderato l’artista Claudia Tronci, grande professionista con cui è stato facile trovare un’intesa pressoché sororale. L’attrice ha saputo dare autorevolezza e mitezza ad un tempo ad una figura dalla statura morale e sociale che torreggia sulla storia risorgimentale italiana. Una bella responsabilità, non vorrei essere nei suoi panni – ride di gusto la regista – . Coprotagonista è il mostro sacro del teatro sardo Gian Luca Medas, un perfetto Padre Terzi, detentore di un potere inaudito in seno alle due dinastie monarchiche narrate nell’opera. Sarà invece il giovane attore Andrea Persico ad aiutarmi a contraddire la convinzione carducciana di Carlo Alberto come “Italo Amleto” che come il Giusti vide, erroneamente, nel sovrano un “Re Tentenna”. Responsabilità del bravissimo Persico è quella di interpretare il decisionismo di cui fu capace il re di Sardegna nell’ordire un vero e proprio marchingegno politico col matrimonio di Cristina con Ferdinando II. La Reginella, come la si chiama tutt’ora a Napoli, fu, certificatamente,  un’autentica enfante prodige che nel docu film avrà il viso della piccola e superlativa artista a tutto tondo Virginia Melis, attrice e musicista. La narrazione sarà contrappuntata da delicati espedienti semiotici che innestandosi all’impianto scenografico legheranno scena a scena nell’intenzione di rifuggire il facile escamotage di gusto folckloristico.

 

 

Perché questa nuova sfida professionale?

 

È certamente una sfida personale: vedere gli effetti comunicativi, anche da un punto di vista antropologico, di un cambio di narrazione. Tempo fa scrissi l’ultima biografia su Maria Cristina di Savoia con il ricercatore storico Mario Fadda, per i tipi di Arkadia Editore. L’opera ha avuto un favorevole riscontro editoriale e la lettura maggiormente aderente al mio proposito la diede Marco Tosatti per La Stampa di Torino tra le cui pagine la descrisse come un santo sociale modernamente inteso e una statista coraggiosa e intuitiva. Lo strappo nella carne provocato dalla coscienza di tanta miseria portò Cristina a ritenere sempre più urgente un intervento radicale, un progetto caritatevole che fosse utile contemporaneamente a migliaia di persone, fece rinascere la seteria di San Leucio, vicino a Caserta. I sette articoli dello statuto della Colonia di San Leucio fissavano le regole per un’idilliaca vita in comune. Le donne, prima ridotte a tante automi, spesso vittime delle violenze e dell’alcolismo dei loro mariti, se non dei genitori o dei fratelli, una volta recuperate alla vita, diventano le interlocutrici principali della Reginella, forse morta assassinata. 

 

 

Progetti imminenti?

 

Ho idea che il percorso documentaristico mi terrà impegnata per un po’ con altri due progetti: in seguito alla reintroduzione dello studio di Grazia Deledda in seno ai programmi ministeriali della Scuola Italiana grazie all’interessamento del Deputato Unidos Mauro Pili – che non esito a definire una delle maggiori conquiste dell’intera Cultura Sarda degli ultimi decenni – mi dedicherò a documentare quale sia la più ricorrente percezione della poetica deleddiana in Europa. Parallelamente realizzerò un documentario sui primi cento anni della Brigata Sassari. E siccome il primo amore non si scorda mai (la scrittura giornalistica)  sto lavorando ad una trilogia sell’Infoetica.

Massimiliano Perlato

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