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Verbale di uccisione del famoso bandito di Arzana Samuele Stochino Questo è il verbale dell’uccisione del bandito Samuele Stochino di Arzana, redatto dai carabinieri della Compagnia di Lanusei soltanto tre giorni dopo l’evento, il 22 febbraio del 1928. Mancano solo alcune righe, illeggibili nel registro originale. La vicenda -così come la ricostruirono i militari dell’Arma- non venne mai ritenuta veritiera dall’opinione pubblica, per tutta una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo esporre qui in dettaglio. Ci limiteremo dunque all’essenziale. Samuele Stochino, prima di darsi alla macchia, era stato un brillante sergente della Brigata Sassari decorato di medaglia d’argento al valor militare, umano e mite, come lo definì Emilio Lussu, suo capitano nella grande guerra, in un famoso discorso del 1953 nell’aula del Senato della Repubblica. Il passaggio di Stochino dall’altra parte della barricata rappresentava un autentico schiaffo per il regime di Mussolini, che gli aveva messo sul capo una taglia enorme, 200.000 lire, la più alta che sia mai stata messa a disposizione dallo Stato italiano per la cattura di un latitante. Che Samuele Stochino fosse gravemente malato, nel febbraio del 1928, non è certo un mistero per la vox populi ogliastrina, e arzanese in particolare. Dice, la voce del popolo, che Samuele Stochino fosse moribondo quando il confidente di cui parla il verbale e altre due spie che il documento dell’Arma non cita decisero di venderlo. La presenza del confidente sul luogo del presunto conflitto a fuoco appare del tutto anomala, se si pensa ai gravissimi rischi fatti correre a un civile, oltre ad essere -si può ragionevolmente ritenere- vietata dalla legge anche allora. La ricostruzione della sparatoria è così dettagliata che ha del miracoloso, come si può agevolmente verificare nei dettagli: ogni singolo colpo d’arma da fuoco andato a bersaglio sul corpo di Samuele Stochino viene attribuito a un militare ben identificato. Ultimissima annotazione: appare quanto meno singolare che in una zona chiamata S’orgiola de sa perda (l’aia della pietra) non si sia potuto ritrovare neppure uno degli oltre cinquanta bossoli di cartucce di moschetto. Nel verbale, questa carenza viene attribuita alla ”boschività del luogo”. Che la tardiva redazione del verbale abbia comportato anche (per l’indubbia ansia di concluderlo al più presto, a tre giorni dall’evento) banalissimi errori di scrittura è comprensibile. I principali sono: a) all’anagrafe del Comune di Arzana il cognome di Samuele è sempre stato scritto con una sola c, e non con due come nel verbale; b) il paese d’origine del confidente Carta non è Osini, ma Ulassai; c) l’età di Samuele al momento della morte non era di 39 anni ma soltanto di 32 (Stochino, infatti, era nato ad Arzana nel maggio del 1895: avrebbe compiuto 33 anni soltanto tre mesi più tardi).

L’anno millenovecentoventotto addì 22 febbraio in Lanusei, nell’ufficio di Compagnia dell’Arma, noi sottoscritti capitano Agnesa Giovanni, comandante la Compagnia di Lanusei, Risi Guglielmo, comandante la Tenenza di Lanusei, maresciallo maggiore a cavallo Forcolo Antonio, brigadiere a cavallo Ambrosini Mario, brigadiere a piedi Grandona Tomaso, brigadiere a cavallo Tronci Giuseppe, carabiniere a piedi Dore Antonio, Faraone Gennaro e carabiniere ausiliario Agnetti Giovanni, tutti della stazione di Lanusei. ……………………………………………………………………………………………………………………

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……….cattura dello Stocchino ci interessavamo a tal fine gli uomini di stazione dipendenti alla ricerca di persone che nei rispettivi centri fossero in grado di seguire le tracce del ripetuto malvivente e volessero informarcene. L’ininterrotta mobilità di detto brigante, la assoluta diffidenza di tutti, la sua larga disponibilità di mezzi informativi sull’azione dell’Arma, rendevano però inefficaci i servizi disposti per ottenere la sua cattura.

 

Il mattino del 19 corrente, verso le ore 5, tal Carta Vittorio di Daniele, di anni 39, da Osini nostro confidente ci riferì di aver appreso da persona informata che il latitante Stocchino durante la notte dal 19 al 20 corrente, si sarebbe trasferito verso il vasto territorio di Tertenia, ove si aggira, in quello di Arzana, suo paese natio, per abbordarsi con alcuni suoi favoreggiatori e parenti, dai quali doveva avere notizie sul conto di persone che si erano palesemente schierate contro di lui, intendendo compiere altre vendette nei loro riguardi. Il Carta ci assicurò che il bandito, seguendo le sue abitudini in simili circostanze, avrebbe attraversato il territorio di Jerzu transitando per la regione di ”S. Antonio” o per quella di Pelau, e di là attraversato necessariamente la regione ”S’Argiola de sa Perda” sita ad ovest dell’abitato di Osini presso il limite del territorio di detto comune con quello di Ulassai. Noi Capitano Agnesa, esaminato il territorio e preso gli accordi col confidente, stabilimmo di recarci in ”S’Argiola de sa Perda” unitamente agli altri militari più sopra indicati siccome per la quale, secondo le informazioni del Carta, lo Stocchino sarebbe transitato.

 

Ordinammo intanto telegraficamente alle stazioni dipendenti di Seui, Jerzu, Arzana, Villagrande e Ussassai di iniziare subito e fino a nuovo ordine ininterrotti appostamenti nei luoghi per i quali, anche a giudizio del confidente, il catturando sarebbe transitato. Servendoci di automezzo verso le ore 19 del 19 andante, noi tutti militari menzionati più sopra, ci recammo presso lo scalo ferroviario di Osini, donde unitamente al Carta, venutoci incontro colà, seguendo vie rocciose, sassose e solitarie ci portammo in regione ”S’Argiola de sa Perda”, zona boschiva, in parte acquitrinosa e disseminata di numerosi blocchi granitici. Giungemmo colà alle ore 23 circa dello stesso giorno 19.

 

Presa particolareggiata conoscenza della località ed avendo constatato che essa è attraversata da due sentieri paralleli provenienti dalla direzione del territorio di Tertenia e diretti verso quello di Arzana, provedemmo subito perché presso detti sentieri fossero disposti due appostamenti: nel sentiero ad ovest facemmo appostare il Tenente Risi Sig. Guglielmo, il brigadiere Tronci Giuseppe, l’appuntato Pilo Giacomo ed il carabiniere Dore Antonio, mentre in quello ad est facemmo appostare il maresciallo Forcolo Antonio, il brigadiere Ambrosini Mario ed il carabiniere Agnetti Giovanni. Detti sentieri sono uniti nell’accennata regione da altra trasversale, al quale a circa trecento metri da quella ad ovest, ed a cinquanta metri da quella ad est, fa capo altro sentiero quasi parallelo ai primi proveniente dalla direzione Tertenia.

 

Pertanto, noi capitano Agnesa, unitamente al brigadiere Grandona Tomaso, al carabiniere Faraone Gennaro ed al confidente ci appostammo presso l’angolo interno costituito dal sentiero trasversale e da quello centrale stando a destra di quest’ultimo. Tali appostamenti erano cosi disposti verso le ore 24 del 19 corrente. Era stata data consegna al comandante di ciascun gruppo che nel caso in cui fosse stato arrestato lo Stocchino il Comandante stesso avrebbe dovuto imporgli il fermo ed agire decisamente a secondo del contegno del malvivente; contemporaneamente avrebbe dovuto gridare allarme per provocare il concorso degli altri due gruppi. Era stato inoltre fatto obbligo di far uso di cartucce a pallottole data la fitta boschività del luogo, e divieto di dirigere il tiro verso gli appostamenti prossimi per evitare il fuoco incrociante.

 

Verso le ore 6,30 del 20 successivo, improvvisamente apparve nel sentiero ad ovest, nella semi-oscurità e fra la fitta boscaglia un individuo al quale noi tenente Risi Guglielmo, a circa venti metri dal nostro appostamento imponemmo il fermo. L’individuo, fatto un salto indietro, ed imbracciato il moschetto che teneva sotto la mantellina e che sorreggeva sotto l’ascella destra con la bocca della canna rivolta in avanti, esplose contro il nostro gruppo un colpo andato a vuoto. Noi tenente Risi, brigadiere Tronci, appuntato Pilo e carabiniere Dore aprimmo senz’altro contro lo sconosciuto un nutrito fuoco di fucileria che evidentemente colpì l’individuo dato che questo apparve subito dopo claudicante. Il sopravvenuto voltosi a destra ed introdottosi cosi nella boscaglia, in direzione quasi parallela al sentiero trasversale, esplose contro di noi un altro colpo di moschetto pure andato a vuoto. Salto indi nel sentiero ora accennato, evidentemente per avere più facile la fuga, ma si gettò nuovamente fra le rocce ed i cespugli di detto sentiero, inseguito da noi militari ora menzionati che tenevano acceso il fuoco delle nostre armi.

 

Il fuggitivo s’imbattè cosi inconsapevolmente verso il gruppo composto da noi Capitano Agnesa, brigadiere Grandona e carabiniere Faraone. Mentre il confidente Carta se ne stava appiattato, noi militari ora nominati, tosto che fummo in grado di dirigere il nostro tiro in direzione Nord-Ovest, senza cioè correr il rischio di colpire il gruppo del tenente Risi che inseguiva il fuggiasco, e proprio nel momento in cui questi rientrava nel sentiero trasversale diretto verso quello ad est, aprimmo contro l’individuo stesso a circa dieci metri di distanza il fuoco dei nostri moschetti.

 

Vistosi improvisamente sbarrata la strada, lo sconosciuto si appostò fra le rocce e sparò contro noi militari del gruppo centrale un altro colpo di moschetto andato a vuoto, noi, facendo tre sbalzi successivi, di pochi metri verso est, ed appostandosi verso i blocchi rocciosi, sparò altri tre colpi di moschetto, l’ultimo dei quali contro noi maresciallo Forcolo Antonio, brigadiere Ambrosini Mario e carabiniere Agnetti Giovanni, che componevano il terzo gruppo e che nel frattempo eravamo balzati nell’appostamento, profittando delle rocce e aprendo il fuoco a circa dieci metri dal malvivente. Questi a tal punto, evidentemente impossibilitato a muoversi per ferite riportate ed avendo ormai esplose le sei cartucce del caricatore delle quali il proprio moschetto era provvisto, tolse da una borsa di cuoio, che portava a tracolla, un altro caricatore. Noi maresciallo Forcolo profittando allora dell’impossibilità in cui il malvivente si trovava di far uso del proprio moschetto in quel momento, balzato fuori dal nascondiglio ci appressammo a circa cinque metri da lui e, puntatogli contro il nostro moschetto in direzione della testa, lasciammo partire un colpo che ferì all’orecchio sinistro il delinquente, facendolo stramazzare a terra cadavere.

 

Durante il conflitto furono esplosi complessivamente 55 colpi di moschetto tutti a pallottola e precisamente sei dal malvivente, quattro da noi capitano Agnesa, nove da noi maresciallo Forcolo, tre da noi brigadiere Grandona, due da noi brigadiere Ambrosini Mario, otto da noi brigadiere Tronci, sette da noi appuntato Pilo, uno da noi carabiniere Agnetti, sei da noi carabiniere Faraone, e sette da noi carabiniere Dore.

 

Accertata la morte del malvivente, noi capitano Agnesa provvedemmo subito al ritiro degli appostamenti ed all’adunata dei relativi militari disponendo altresì per il piantonamento dell’ucciso che subito, a mezzo del confidente Carta Vittorio, venne identificato per il latitante Stocchino Samuele sopra accennato. Inviammo quindi senz’altro alla stazione dell’Arma di Gairo (la più prossima al luogo) il brigadiere Grandona Tomaso, il brigadiere Tronci Giuseppe ed il carabiniere Dore Antonio per le prescritte segnalazioni ai superiori gerarchici ed all’autorità giudiziara.

 

Questa, giunta in serata nel luogo per gli accertamenti di sua competenza, ha ordinato senz’altro la rimozione del cadavere che identificò realmente per quello del pericolosissimo latitante Stocchino Samuele di Felice, di anni 39, da Arzana. Indosso al cadavere stesso che giaceva supino a terra presso un cespuglio col braccio destro ripiegato sulla fronte, il sinistro disteso, le gambe alquanto divaricate, vennero rinvenuti i seguenti oggetti:

 

1) un pugnale col fodero.

2) un binoccolo da campagna a sei lenti con astuccio.

3) una borsa uso giberna contenente quattro caricatori composti precisamente di cartucce a pallottola (n. 14) ed a mitraglia (n. 10) nonché un caricatore di cartucce tutte a pallottola.

4) un portafoglio di pelle contenente un biglietto di stato da £. 50, due monete da 90 centesimi, nonché un almanacco tascabile, un lapis copiativo, uno stampato per telegramma a quattro copie di un manoscritto, in mente si prefiggeva di affiggere in Arzana, contenente minacce contro famiglie arzanesi sue nemiche, nonché diffida a chiunque coltivasse rapporti di qualsiasi genere colle famiglie stesse.

5) uno zaino da turismo di pelle contenente qualche pezzo di pane e dei fichi secchi.

 

A sinistra del cadavere era un moschetto da cavalleria contrassegnato k 95443 fabbricato in Brescia nel 1915, munito di cinghia comune; a destra presso il cadavere stesso fu rinvenuto un caricature di cartucce a pallottola, una guiana di caricatore vuoto e un bossolo. Dall’autopsia del cadavere stesso i periti settori hanno riscontrato nel cadavere stesso quattro ferite alla coscia destra con foro di entrata a tergo e d’uscita in avanti ledente le sole parti carnose con direzione dal basso in alto; una alla spalla destra rasentante il dorso con foro di uscita al lato sinistro del collo; una al labbro superiore presso l’angolo sinistro della bocca ledente la mandibola con foro di uscita in prossimità della base cranica; una all’orecchio sinistro con foro di uscita nella regione occipitale e perdita di massa cerebrale, la quale fu causa immediata della morte.

 

Messi in relazione la posizione dei tiratori, il percorso delle ferite e le circostanze nelle quali si svolse il conflitto, si deve ritenere che la ferita alla coscia sia stata prodotta da fucilata esplosa da noi tenente Risi, quella alla spalla destra da noi capitano Agnesa, quella alla bocca da noi brigadiere Grandona e quella all’orecchio da noi maresciallo Forcolo.

 

Non è stato possibile rinvenire i bossoli delle cartucce esplose, data la boschività del luogo. Di quanto sopra, noi militari operanti, abbiamo compilato il presente processo verbale in duplice copia per informare i nostri Sigg. Superiori e l’Autorità Giudiziaria competente; alla quale consegnamo anche gli oggetti, armi e munizioni su indicate fra i quali oltre ai suddetti, è una copia del periodico ”Sorriso d’Amore” in data 12 corrente, trovato in una tasca della giacca dell’ucciso.

 

 

Fatto, letto, chiuso e sottoscritto di cui sopra

Agnetti Giovanni

Faraone Gennaro

Dore Antonio

Pilo Giacomo

Tronci Giuseppe

Grandona Tomaso

Ambrosini Mario

Forcolo Antonio

Tenente Risi Guglielmo

Capitano Agnesa Giovanni

redazione

Numero 14

Pubblicato in Articoli, Bacheca, Storia

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