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Anniversari

Genoni ricorda il poeta Cesarino Piseddu a trentanni dalla morte

Genoni, piccolo centro del Sarcidano alle pendici del colle di Santu Antini, vedeva nascere il 26 luglio del 1902 Cesarino Piseddu, le cui origini umili ma dignitose venivano da Paolo e Mariedda Piseddu, che avevano altri sei figli: cinque maschi e una femmina. Domenica 5 agosto 2007, nella sala conferenze del Centro sociale, in località Strintu mannu, in occasione dei festeggiamenti del patrono San Costantino, il Comune di Genoni ha voluto ricordare il suo poeta nel trentennale della sua scomparsa, avvenuta il 31 marzo del 1977.

 

Al convegno, cui ho avuto occasione di prendere parte, sono intervenuti Paolo Pillonca e Giovanni Perria e hanno fornito il loro contributo il fisarmonicista Pietro Madau e i poeti improvvisatori Efisio Caddeo e Remo Orrù, cui si sono uniti nel canto Domenichino Caddeo di Nurachi e Giovannino Martis di Uras.

 

Di fronte a un folto pubblico tanto numeroso da essere contenuto con difficoltà negli spazi adibiti al convegno, è stata rievocata la figura schietta e genuina di Cesarino Piseddu, in un’atmosfera di palpabile commozione. Abbiamo ricordato insieme come l’infanzia e la primissima adolescenza di Cesarino siano trascorse nel partecipare, insieme ai fratelli, al lavoro del padre Paolo, che possedeva un piccolo gregge di capre e per arrotondare il bilancio familiare portava al pascolo anche le greggi di altri pastori, e come, purtroppo, lo scoppio della prima guerra mondiale abbia travolto anche la sua famiglia e tra i pochi ricordi di cui parlava anche coi suoi figli, ci fossero quelli dei fratelli deceduti: Vincenzo a causa delle ferite riportate, Flaminio travolto da una valanga.

 

Terminato l’evento bellico, anche Cesarino fu chiamato al servizio militare e venne destinato a Trieste, città da lui sempre ricordata con affetto e note di nostalgia per gli amici lasciati. Quella fu l’unica occasione in cui lasciò la Sardegna e, una volta tornato alla sua terra, iniziò quell’attività poetica che rimase fondamentalmente la sua unica ragione di vita.

 

È stato spontaneo ricordare primariamente l’uomo Cesarino, che è poi un tutt’uno col poeta. Nei suoi componimenti si riflette come in uno specchio la personalità spiccata di un uomo semplice, ma sempre conscio della grande dignità della sua arte, mai scissa dal mondo del quotidiano. I suoi primi canti, infatti, li dispiegava liberamente, ragazzino, a contatto con la natura bella e selvaggia in cui, però, il contadino sardo da millenni deve lottare e soffrire per vivere.

 

In quest’ambiente agro-pastorale Cesarino Piseddu era noto per essere un uomo aperto, molto cordiale, espansivo, ma mai invadente né violento: affidava la sua forza allo sferzante verso e alla potenza della parola. Non fece mai menzione in famiglia di screzio alcuno, essendo incapace di portare rancore. I soldi, poi, non erano oggetto di particolare interesse per lui che, sì, ne guadagnava molti nelle varie esibizioni ma altrettanti ne spendeva per rallegrare gli incontri con gli amici.

 

Soprattutto, cosa assai difficile per quei tempi, era un uomo libero dalle beghe politiche. Rispettoso e rispettato, fu alieno da qualsiasi allineamento partitico che a suo tempo gli si volle attribuire, poiché troppo amante della libertà.               

 

Ebbe modo di cantare in varie zone dell’isola, ma le gare più frequentate erano quelle dell’Oristanese. Fu a Oristano, Cabras, Ortueri, Mogorella, Samugheo e poi nella zona di Atzara, Desulo, Belvì, Tonara, ancora a Sorgono, Laconi, Gesturi, Nuragus, per scendere fino a Lunamatrona, Barumini, Nuraminis, Serramanna, Serrenti, sebbene il Campidano di Cagliari sia stato meno frequentato rispetto ad altre zone, anche per il diverso modo di cantare ivi diffuso.

 

Cesarino compiva il suo apprendistato tra il primo e il secondo decennio del ‘900. Agli inizi degli anni ‘20 abbiamo testimonianze di un suo già avvenuto inserimento nella cerchia dei cantadores dai quali era apprezzato malgrado la sua giovane età. Infatti, come ricordato dai relatori, nel 1925, in occasione della festa di S. Barbara i poeti Giovanni Trudu e Pietro Maxia di Las Plassas così cantavano:

 

Trudu: De sa vida de Santu Efisiu/ tentu nd’ap’unischitzu/chi siat precisu creu/ dd’apu inténdiu in bidda strangia/ ma giurai non di giuru/e non ddu pozzu giurai. A portai castangia a Aritzu/ deu puru mi seu arrisiu.

 

Gli rispondeva Mascia: Beneditas santas dimoras/ de vicinu e de addei/ meritas a ti ‘onai vantus/  ca c’est Piseddu de Geroni/ in su mutetu ritrogau/ su prus modernu cantanti/ e Deus ti donghit fortuna./ Po una processioni in Gergei/ anti portau Santus de foras.

 

Questi versi venivano ricordati spesso dal Piseddu e attestano come a quell’epoca, seppur giovanissimo, fosse riconosciuto e apprezzato da poeti già affermati che ne intravedevano le capacità innovatrici, molto tempo dopo riconosciute dalla critica; infatti solo nel 1984, ad opera di Faustino Onnis, viene affermato che

 

In su propriu tempus, in is passadas de sa Trexenta fiat nascia, po bolla de Pietrinu Maxia de is Prazzas (Las Plassa), Giuanniccu Trudu de Nuragus, Cesarinu Piseddu de Geroni e Umbertu Sanna de Siurgus Donigala, un’atera scola poetica, sempiri de cantu repentinu, chi mirada però a una crescina de su muttettu, in sa stèrrida e in sa crobetanza, cund’una arretroga prus traballosa de rimas…[1].

 

 

Comunque, già un anno prima dei citati versi, nel 1924, usciva, Modellos sardos, stampato ad Oristano dalla Ditta Pagani (opuscolo di 16 pagine), in cui si evidenzia un’attività poetica già avviata e stretti rapporti professionali con Franziscu Demara di Nuragus, invitato, con un componimento a corona intrecciada,  a partecipare alla festa di S.Maria.

 

La produzione del ventennio è ricca dal punto di vista metrico e contenutistico e mostra un artista che ha già acquisito stile e tecnica e li padroneggia con sicurezza e arditezza. Infatti, allo stesso anno 1924 risalgono componimenti manoscritti e la minuta della corona al Demara, in cui si possono notare le correzioni apportate e alcune differenze rispetto al testo edito (riferite non solo a varianti grafiche, ma addirittura a un’intera strofa totalmente diversa tra testo a stampa e manoscritto).

 

Tale tipo di componimento, accanto a altri schemi di modellus, a goccius, sonetti (italiani e sardi), muttettus e ottave (in italiano e in sardo), appunti di storia sacra del Vecchio Testamento, sembra essere stato uno dei suoi preferiti, in cui faceva sfoggio dell’arte del trobear, con largo uso dei versus transformati  e con introduzione, talora, di ulteriori versi nel ritornello, aggiungendo così parole-rima nuove a quelle già presenti.

 

L’arditezza e l’originalità delle composizioni metriche può essere testimoniata sia dall’aggettivo modernu attribuitogli da Maxia, sia dal commento del Demara, quando affermava:

 

 

Piseddu ses poete gagliardu

de testa ona, chi faghes riflette,

Piseddu ses gagliardu poete,

chi faghes riflette testa ona,

ma narami:- su modellu corona

est cosa chi tue cheres inventare?

 

 

Tanti sono stati i poeti con cui Piseddu ha cantato, tra i quali sono stati ricordati, senza voler fare torto ad alcuno se non è stato possibile nominarli tutti: Franziscu Demara di Nuragus, Giovanni Trudu di Nuragus, Peppino Casu di Nureci, Deiola di San Vero Milis, “Bertuledda” di Meana Sardo, Pietro Maxia di Lasplassas, Domenico Cuccu di Villa S. Antonio, Peppe Demuro e Gabriele Pili di Santa Giusta. Pure conobbe la poetessa Mercede Mundula, che aveva famiglia a Gergei (ove lui era sposato) e che ebbe modo di ascoltare sicuramente le sue poesie, ma allo stato attuale delle conoscenze non ci è dato sapere se vi siano state delle influenze.

 

Ora, dopo lungo silenzio, nel trentennale della morte, si propone l’occasione per un’analisi più attenta della struttura metrica e dei contenuti della poesia di Cesarino Piseddu. Ciò che si è voluto e potuto realizzare attualmente è il doveroso tentativo di strappare all’oblio del tempo un patrimonio importante per la cultura sarda e, in modo particolare, per il comune di Genoni, affinché non si dimentichi un poeta che ha tanto amato il paese natio da farne il soggetto di molti dei suoi componimenti.

 

Chiudendo i lavori, infatti, il Sindaco Roberto Soddu ha manifestato la seria volontà e un impegno futuro da parte dell’amministrazione comunale affinché possano essere intraprese iniziative per favorire la conservazione, conoscenza e incentivazione della poesia improvvisata campidanese, anche mediante l’istituzione di un premio biennale intitolato alla memoria di Cesarino Piseddu.

 

 

 

 



[1] Onnis F., Luiginu Congia, in S’Ischiglia, anno 5, n. 1, gennaio 1984, inserto, p. II.

Katia Debora Melis

Làcanas n. 28 - Settembre - Ottobre 2007

Pubblicato in Bacheca, Personagius

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