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Musica

Ur, ultimo album dei Cordas et Cannas Intervista con Gesuino Deiana e Bruno Piccinnu

Sono i Giganti quelli che cantano con la loro voce. Perché quella dei Cordas et Cannas è musica fatta di vento, un vento amico nella vela della nave antica che sa affrontare ogni tempesta. Quando passato, presente e futuro si fondono in un unicum indissolubile, tra le note riaffiora e prende forza il senso di dignità di un popolo. Bruno Piccinnu – percussioni, voce – e Gesuino Deiana – chitarra, armonica, voce – ci raccontano un po’ di questo vento, un po’ di questa voce: un po’ dei Cordas et Cannas. A due mesi dall’uscita del loro ultimo album, Ur.

 

Bruno, che tipi sono i Cordas e Cannas? Un aggettivo per ogni componente del gruppo.

 

Meglio, un aggettivo che vale per tutti: simpatici.

 

Bruno, spesso avete musicato le liriche dei grandi poeti sardi. Pensa che la poesia sia ancora un’arma affilata in anni così frivoli per il mercato musicale?

 

La poesia è e sarà sempre un’arma capace di colpire direttamente nel segno. Ma in un mondo così veloce forse l’uomo non ha più tempo per meditare e comportarsi di conseguenza.

 

Gesuino, dovendo descrivere la Sardegna in poche parole, magari a un cieco di New York, come gliela racconterebbe?

 

Semplicemente gli manderei un biglietto aereo dicendogli: vieni in Sardegna per apprezzare e descrivere ai tuoi concittadini i sapori e i profumi di questa terra, la ruvidità di questa musica.

 

Gesuino, qual è per lei la vera anima sarda? C’è ancora una purezza in questo popolo?

 

La vera anima sarda sta nella sostanza del suo complesso culturale più atavico. La purezza esiste, ma rischia di occultarsi in uno strato “archeologico” e  sonnambulo. Perciò la consapevolezza va coltivata passando dal piano intellettuale a quello spirituale.

 

Bruno, su che direttrice si muovono i Cordas et Cannas?

 

Sin dal nostro primo lavoro – Cantos et musicas de sa Sardigna – il gruppo ha voluto esprimere in limba un senso di unione. Abbiamo presentato le musiche e i canti di un paese complesso, fatto di luoghi e parlate diverse: logudorese, campidanese, barbaricino, gallurese etc. Questo per affermare in modo soft il nostro senso di appartenenza e identità, non disdegnando di affiancare i mezzi della tecnologia ai tradizionali strumenti della musica sarda. Un percorso che continua anche in Ur.

 

Già, Ur. Bruno, ne vuoi parlare?

 

Il titolo è riferito alla città sumerica della Mesopotamia, che ha dato i natali al mondo occidentale. Un luogo dove ebbero sviluppo la scrittura, le leggi, l’architettura. Il disco è un tributo a quella cultura e a quei luoghi oggi paradossalmente violentati dalle bombe. Nel nostro album, Ur è anche il brano strumentale di chiusura dedicato a Sergio Atzeni.

 

Gesuino, tanti genitori non insegnano più il sardo ai loro figli: chi lo deve fare – se qualcuno lo deve fare – allora? Qual è il vostro pensiero riguardo a sa limba?

 

Io sono uno fra quelli che ha gridato ”abba a bula”, tuttavia i miei figli parlano fondamentalmente lingua italiana e slang olbiese. Per forza di cose credo alla inevitabile trasformazione della cultura nel suo complesso.

 

Gesuino, è giusta la tassa sul lusso? Non è che pure voi sotto sotto risparmiate per lo yacht?

 

Chi lo sa cos’è giusto e cos’è sbagliato? Ma più che lo yacht ho sempre sognato una zattera come quella di Tarzan. Se mi riesce di creare un fiume a ”Benalonga”, sulla collina di Marinella, dove sorge la casa di campagna dove sono nato, allora costruirò il natante dei miei sogni.

 

Bruno, l’epoca nuragica è talvolta considerata l’età dell’oro della Sardegna: pensa possa mai tornare una stagione simile nell’Isola?

 

Quando riusciremo a dare alla nostra Isola il vero valore che ha avuto fin dal periodo nuragico, e quando le menti delle genti sarde potranno unirsi in un concetto di appartenenza, di rispetto dei valori e del territorio, inteso anche come ambiente, allora potremmo essere fieri e sicuri di ottenere grande ammirazione da tutto il mondo.

 

Bruno, che emozione si prova a suonare davanti agli emigrati?

 

Tantissimi anni fa gli emigrati erano quasi all’oscuro di tutte le trasformazioni che avvenivano in Sardegna, quindi per loro sentire la nostra musica li riportava ad un tempo quasi remoto della loro esistenza. Questo significava forti emozioni e grande nostalgia. Oggi esistono ancora queste situazioni, ma spesso gli emigrati sono più informati dei residenti su cosa è l’Isola, perciò vivono il rapporto di comunicazione come se vivessero da noi.

 

Gesuino, immagini i Cordas et Cannas in concerto davanti a tutti i sardi di ieri, di oggi e di domani: con quale brano attacchereste?

 

Personalmente mi riserverei questa scelta, perchè dobbiamo abituarci all’esercizio dell’imprevedibilità. Però con Peppino Mereu andiamo molto d’accordo…

 

Gesuino, se avesse in mano la lampada di Aladino spenderebbe un desiderio per la sua terra? Cosa chiederebbe?

 

Chiederei al genio di ritrovare lo spirito che animò il popolo dei nuragici e di trasferirlo nel cuore e nella mente dei sardi che oggi lo desiderano.

 

I Cordas et Cannas sono:

 

Gesuino Deiana:    Chitarra, Armonica, Voce
Francesco Pilu:     Voce, Launeddas, Flautos, Organitu, Armonica, Trunfa, Sulitu
Bruno Piccinnu:    Percussioni, Voce
Lorenzo Sabattini: Basso, Voce
Sandro Piccinnu:   Batteria, Voce
Antonio Pitzoi:      Chitarra ritmica, Voce

 

Roberto Mura

Làcanas n. 22 - cabidanni - mesi de ladàmini 2006

Pubblicato in Bacheca, Mùsica

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