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Musica

Eccoli, i Nur dall’anima sarda e internazionale Rock, blues, country e accenni prog. Una Sardegna che vuol parlare in nuove lingue?

Eccolo qui. Quel cocktail chiamato Nur che rimescola insieme l’anima sarda e le più svariate tendenze musicali internazionali. Il loro è un mosaico che raffigura con gran profusione di tonalità la nostra Isola-continente, e ne vien fuori davvero un belvedere. O meglio un belsentire. Ce lo raccontano i fondatori del gruppo: Massimo Loriga (sax, clarinetto e armonica) e Daniele ”QQ” Cuccu (chitarre, laùd, mandola). Il primo giunto dai mitici Kenze Neke e il secondo dai grandi Roots’n’Blues. Ma bando alle nostalgie: spazio al nuovo. Spazio ai Nur.

 

Ciao ragazzi. Nur sta per Nuragici? Cos’è: siete dei piccoli bronzetti da palco?

 

Nur è una radice prelatina molto presente nella toponomastica sarda. Il significato è in gran parte oscuro, ma sembra sia da ricollegare, oltre che ai nuraghi, anche alle zone particolarmente ricche di pietre come la Nurra. Secondo un’altra teoria si tratta di una radice indoeuropea che indica il fuoco, mentre un’altra ancora la ricollega alle cavità naturali o artificiali e quindi sempre ai nuraghi.

 

Partiamo dalla copertina del vostro ultimo album. Una pecora con forchetta e coltello piantati in testa, mani che si alzano al cielo, enormi occhi che per pupille hanno la terra, fenicotteri in volo, ciminiere con due belle margheritone sul comignolo, resti nuragici, fiori, corallo e un titolo: Chentu Colores. Mi risolvete il rebus?

 

Non è un rebus, ma richiede un certo impegno per essere interpretata. Ci siamo rifatti alle copertine dei gruppi progressive e psichedelici anni ’60 e ’70, ma il messaggio è più attuale. La pecora, rappresentata quasi come una divinità indù, è la globalizzazione. La televisione, che funge da aureola alla divinità-globalizzata, è il motore del processo che uccide le coscienze e le culture, rendendoci apatici e distanti dalla vita reale ma molto ricettivi verso il folle mercato consumistico. Graficamente l’idea delle posate che affondano nel cervello della divinità, ora anche agnello sacrificale, ci pareva significativa, perché oltre a trafiggere la sede dell’intelletto, le posate fungono da antenne amplificando un segnale esterno di cui siamo succubi. Come uomini che cercano di ripararsi dallo tsunami usando l’ombrello! Che  senso avrà viaggiare se ovunque incontreremo gli stessi sguardi, la stessa natura violentata e la stessa coca-cola? Chentu Colores oltre alla speranza che il mondo possa vivere in pace, continuando ad essere colorato, è riferito anche ai diversi apporti musicali con i rispettivi influssi.

 

Nel ritmo di alcune canzoni – penso a Sa domo ’e campagna e all’aria ipnotica di Boghe Longa – pare esserci la ricerca estatica…

 

Nella musica sarda i ritmi ossessivi sono l’alfabeto primordiale di un genere creato principalmente per il ballo, che in passato aveva una funzione catartica. Un mezzo per raggiungere una comunione spirituale con i partecipanti e con la madre terra. Le canzoni citate sono una rilettura di un canto a tenore, nel caso di Sa domo ’e campagna, e di un canto a chitarra per Boghe longa. Per la prima abbiamo riportato in chiave rock un modulo dei Tenores di Oniferi. Nella seconda il cantante Enrico Frongia ha proposto una sua visione del canto in Re.

 

Altri giochi di suoni richiamano invece il mondo celtico. Le vostre radici cercano di ripescare dal centro della terra una linfa vitale che ormai non ricordiamo?

 

La musica popolare presenta similitudini a qualsiasi latitudine. Viene dal cuore e non ha un singolo compositore. È il risultato di una sedimentazione durata secoli. Noi riutilizziamo le linee melodiche della nostra musica tradizionale e le suoniamo anche con strumenti moderni, ottenendo un risultato che per certi versi è simile al processo che ha interessato la musica celtica negli anni passati. Ma i celtismi della nostra musica sono il risultato di una tendenza ad assimilare i generi in base a quelli più conosciuti. Nessuno infatti parla mai dei sardismi nella musica celtica! Penso che i Nur agiscano come dei medium, non creando nulla di nuovo ma attingendo a piene mani da quell’universo comune sardo che ha tanto influenzato la nostra psicologia.

 

Rock, blues, country e accenni prog. Una Sardegna che vuol parlare in nuove lingue?

 

Sì. Questo è il nostro linguaggio, risultato dei bagagli personali di ognuno. Abbiamo ascoltato gruppi rock come la P.F.M., gli Area, I Deep Purple, gli Iron Maiden e magari i balli sardi di Tonino Masala, il blues di Stevie Ray Vaughan, il jazz di Coltrane e i Tenores di Bitti, Oniferi, Orgosolo, Neoneli. La lingua per cantare è il sardo, quasi sempre logudorese e baroniese, ma non disdegniamo il gallurese ed è nostro desiderio proporre al più presto qualcosa in campidanese. Cento colori, appunto!

 

Grande enfasi è posta poi nei testi, vere e proprie poesie. Vi siete dati una veste lirico-letteraria niente male…

 

Tra i nostri obiettivi c’era quello di voler evitare testi troppo inflazionati, quindi oltre alla ricerca di poesie più o meno inedite è stato necessario e stimolante crearne di nuovi. Parecchi ritengono che in sardo non sia possibile esprimere concetti di una certa complessità, perché si è sempre sostenuto che la sua evoluzione in seno ad una società agropastorale lo abbia reso incapace di sviluppare una propria letteratura e una poesia aulica.

 

Questo può essere in parte vero, ma come tutte le lingue che si evolvono e come l’italiano che ricorre spesso a latinismi o inglesismi per spiegare concetti nuovi, non vedo perchè non possa farlo il sardo senza snaturarsi. Con pochissimi aggiustamenti è possibile usare la nostra bellissima lingua per esprimere concetti di qualsiasi tipo, dalla metafisica al linguaggio tecnico dei programmatori. La poesia sarda è fatta per essere cantata, perciò si privilegiano testi poetici che soddisfino l’esigenza di eufonia.

 

La parola e il verso vengono scelti in funzione della loro sonorità. Il risultato è che messaggio è subordinato al metro. Ciò non toglie che i nostri contenuti siano comunque particolarmente curati. Le tematiche affrontate sono spesso di tipo filosofico, ma non mancano le metafore e i riferimenti alla guerra, alla religione, alla dispersione culturale e alla natura. Una piccola influenza deriva anche dagli haiku giapponesi, componimenti brevi o meglio poesie di concentrazione il cui contenuto riguarda i sentimenti e le emozioni del poeta nei confronti  della natura.

 

In saletta cosa si beve: acqua, vino, birra o abbardente?

 

Dietro le quinte siamo molto scherzosi, anche troppo. In sala beviamo acqua, possibilmente naturale, perché abbiamo già una certa età. Dal vivo invece quello che capita, per smaltire tutta l’acqua della sala prove…

 

Siete nazionalisti? Cambiereste la bandiera dei quattro mori, che so, con la navicella nuragica o col capotribù di Monte Arcosu?

 

Siamo Sardi, senza complessi d’inferiorità e senza quell’esterofilia stupida che ci fa sorridere. Però non siamo chiusi verso nulla e nessuno. Nella vita come nella musica. Il problema non sta nella bandiera ma nella coscienza e nel carattere di ognuno. Molto spesso capita di trovare stranieri più Sardi dei Sardi stessi. Basti pensare a Wagner o a Benson e all’amore che avevano per la nostra terra. Purtroppo altre volte è capitato di non essere rappresentati per nulla da chi l’avrebbe dovuto fare. La bandiera troppo spesso viene usata per nascondere l’assenza di capacità e di voglia.

 

C’è un sardo sulla cima del Gennargentu e con un megafono gigante grida qualcosa a tutti gli altri Sardi: che dice?

 

Nulla. Suona su ballu tundu e tutti noi sotto balliamo come matti, uniti come non siamo mai stati.

 

Roberto Mura

Làcanas n. 23 - Donniassanti - Mesi de Idas 2006

Pubblicato in Bacheca, Mùsica, Rubriche

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DomusDeJanas

Lacanas (Anno 2010 n. 47)

AA.VV.

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