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Artisti di piazza

Tamponeddu showman venuto dagli stazzi Infinite serate in giro per l'Isola

Insieme a Giovanni Puggioni andiamo a trovarlo nella sua casa di via Firenze, a Luras. Sono abbracci e grande commozione. E discorsi che ben presto si incamminano sulla via dei ricordi di tante splendide serate in giro per la Sardegna, di tanti momenti di allegria e di divertimento. ”Sai – dice a un certo punto –, in questi ultimi tempi mi ritrovo di frequente a pensare al passato, ai palchi, al pubblico, ai colleghi: e mi prende una grande tristezza. Senza quasi rendermene conto mi ritrovo a fare dei paragoni tra com’era (e com’ero) venti-venticinque anni fa e com’è oggi…Mi guardo intorno e mi sento solo e dimenticato, quasi abbandonato. Penso a come, o che cosa, sarà il domani, tra un anno o due o tra dieci. Ho perfino paura che  sia in agguato la depressione…”.

 

Per distrarlo, lo conduciamo con noi a uno spuntino in una casa di campagna, immersa in uno splendido vigneto nelle campagne di Luras, dove siamo ospiti di alcuni amici. È una sera tranquilla. Le linee diritte dei filari di viti paiono guidare lo sguardo verso le armoniose gibbosità i cui profili si stagliano netti contro un cielo d’indaco. Tra una chiacchiera e un bicchiere di Vermentino ci gustiamo la melodia del crepuscolo e poi andiamo a cena. Dopo, com’è ancora consuetudine da queste parti, si suona e si canta. E dimenticata la malinconia del tempo che inesorabilmente passa e dell’età che inesorabilmente avanza, e ogni altra preoccupazione, il nostro amico si trasforma, diventa un altro. O, meglio, torna a essere lui: Tamponeddu.

 

Giovanni Maria Tamponi (questo il suo nome all’anagrafe) nasce a Luras il 30 gennaio 1930. La prima fase della sua esistenza è in parte scandita da alcuni spostamenti che la vita di braccianti agricoli impone ai suoi. Da uno stazzo all’altro di quell’angolo strano di Sardegna che è Luras, gallurese per localizzazione geografica e per tradizioni, logudorese per parlata. Solo verso il 1949 la famiglia rientra definitivamente in paese.

 

La vita negli stazzi gli impedisce la frequenza della scuola, in compenso lo forma con  l’esperienza di tutti i giorni, mettendolo a contatto con la realtà quotidiana, le fatiche, i problemi, le difficoltà; ma anche con i momenti di gioia, di divertimento; gli fa conoscere la varietà, la  ricchezza e il calore dei rapporti umani. Qui egli impara a suonare prima l’organetto e successivamente la fisarmonica. In occasione delle festicciole comunitarie suona i balli e accompagna i canti. Intrattiene il pubblico con le sue storielle, a mezza strada tra l’aneddoto e la barzelletta. Piano piano riesce a farsi conoscere in una cerchia più vasta tanto da essere invitato anche in altre località della Gallura (e non solo). E così colui che sembrava destinato a seguire la tradizione familiare del bracciante agricolo finisce per diventare, senza quasi rendersene conto, un professionista dei palchi. Accompagna i cantadores e, negli intervalli, recita le sue scenette, che il pubblico mostra di gradire fortemente.  Col passare del tempo, questa sua qualità viene sempre  più alla luce e sempre più in tale veste egli viene richiesto e apprezzato.

 

I suoi bozzetti, le sue storielle, i suoi sketches derivano tutti dall’osservazione attenta, che la vivace curiosità del giovane Juanne Maria aveva colto e immagazzinato già dai tempi della sua via negli stazzi per poi approfondire negli anni successivi, di uomini e fatti che capitavano davanti ai suoi occhi o che aveva udito raccontare dagli anziani. Uomini ed eventi riferibili a un tempo non calcolabile col nostro calendario, immersi come risultano in un’indefinitezza tale da far sembrare remoto anche ciò che è di fatto recente e, nello stesso tempo, facendo avvertire quasi attuale ciò che, invece, risale a decenni o a secoli addietro. Esattamente come le storie che udiva narrare quand’era bambino, che pur prendendo avvio, per lo più, da un dato reale, a seconda del narratore, o dei narratori che si susseguivano nel tempo, entravano in una dimensione fiabesca.

 

Gli sketches di Tamponeddu, a ben guardare, si basano tutti su un canovaccio piuttosto semplice e legato spesso alla quotidianità. Quelli più brevi, che solo negli ultimi tempi l’artista lurese presentava sui palchi dopo averli per anni raccontati in cerchie ridotte di amici, sono per lo più degli aneddoti aventi per protagoniste  persone realmente esistite (o esistenti), magari già di per sé un tantino strane. La presa sul pubblico, oltre che dal contenuto in sé, era determinata dalla straordinaria forza evocativa e dalla vis comica di Tamponeddu, dalla sua capacità di creare l’atmosfera giusta, di rappresentare in parte anche visivamente la scena.

 

Nelle scenette più note (e più richieste dal pubblico), che risultano sicuramente più elaborate e l’andamento narrativo procede in maniera più distesa e con un maggiore indugio sui dettagli, lo spunto iniziale e tutto l’impianto della vicenda sono ugualmente abbastanza semplici. Consideriamo, ad esempio, Compare Pedru militare. Il tutto è basato sul fatto che il protagonista, che fa il servizio militare, è fidanzato e attende notizie dalla sua bella. E così, il giorno in cui il comandante riunisce  i soldati  per distribuire la corrispondenza, e li chiama uno per uno, Pedru fa, con un amico, i suoi commenti, le sue considerazioni. E quando finalmente arriva il suo turno, e riceve la lettera che attendeva, scopriamo che ha scarsa dimestichezza con l’alfabeto e, per rispondere, chiede l’aiuto dell’amico (che non sta molto meglio di lui…).

 

Ancora più semplice è il canovaccio di Su teracu e sa padrona. Qui si tratta di un ragazzo che viene chiamato a prestare servizio, come una sorta di factotum, presso una famiglia. E la prima o una delle prime incombenze è quella di portare, la mattina, il caffè  in camera alla padrona. Ma è una giornata estiva, fa caldo, e il nostro eroe si ritrova davanti una figura non propriamente anoressica, sdraiata nuda sul letto…Quel che accade è tutta una serie di scambi di battute estremamente esilaranti che mandavano in visibilio gli ascoltatori. Senza risultare mai volgare. Perché Tamponeddu, è doveroso sottolinearlo, anche in situazioni che di per sé potevano prestarvisi, non ricorreva mai a frasi o espressioni che andassero oltre i limiti della decenza. E se qualche frase, o qualche parola, poteva in qualche caso o momento passarli, aveva l’accortezza di non soffermarvisi o di non insistervi più del necessario. Per lo più ricorreva ad allusioni o a sottintesi. Niente a che vedere, in ogni caso, con le impresentabili e inguardabili performances a cui, soprattutto di questi tempi, si è condannati ad assistere, anche in televisione. Volgarità che offendono in primo luogo l’estetica.

 

I dialoghi riuscivano, in specie nelle serate di grande spolvero, particolarmente briosi, con un intercalare frequente, desunto per lo più dall’eloquio lurese più faceto e salace, che Tamponeddu metteva in bocca ai suoi personaggi o riservava a sé a mo’ di commento, magari per sottolineare qualcosa di notevole. E molti di questi personaggi risultavano delle autentiche maschere (o tipi), a cui forniva una propria caratterizzazione di grande efficacia: il balbuziente, il sempliciotto, il beone ecc. Oltre all’abilità nel variare la timbrica vocale, faceva ricorso a un accenno di travestimento che contribuiva a rendere la rappresentazione ancora più spassosa e paradossale, talvolta quasi grottesca; non certo  più realistica.

 

In qualche caso, come per esempio in quel piccolo gioiello che è Unu sicilianu a Luras, egli metteva a frutto anche le sue doti di fisarmonicista e quelle vocali (non disprezzabili), in un susseguirsi di parlato e di cantato di grande validità. Lo showman Tamponeddu è infatti il risultato derivante dal concorso di tanti fattori: l’attento osservatore e ascoltatore, il fisarmonicista, il cantadore (dilettante), l’affabulatore, l’imitatore. Tutti questi elementi ne hanno fatto un artista originale e di talento. E il meglio di sé lo ha espresso forse, a mio avviso, negli anni Ottanta (prima metà e inizio della seconda), quando, esibendosi col Duo Puggioni, liberato dagli obblighi di accompagnamento del canto e da ogni altra preoccupazione, poteva dar libero sfogo alla sua vena cabarettistica. E chi, come il sottoscritto, ha avuto modo in quelle stagioni di condividere con lui numerose serate, ne ricorda di assolutamente straordinarie, con il pubblico in delirio; e anche noi, che pure  lo ascoltavamo spesso, avevamo ogni volta l’impressione di assistere a un qualcosa di nuovo e di diverso, grazie all’aggiunta  o alla trasformazione di qualche battuta: e ogni volta riusciva a stupirci  e a divertirci.

 

Nella sua lunga carriera, Tamponeddu ha avuto modo di esibirsi anche nella Penisola e all’estero. Ha realizzato diverse incisioni discografiche, sia di ballabili (quei ballabili che tanto andavano un tempo, e in parte vanno ancora oggi, negli stazzi e nei centri abitati della Gallura), qualcuno di canti, e anche altri – e sono i più numerosi –con le sue storielle, un tantino condensate rispetto a come le rappresentava davanti al pubblico, ma non prive di validità. Tra questi mi piace ricordare l’imitazione dei grandi poeti improvvisatori, che il pubblico in piazza richiedeva spesso, e che Tamponeddu, a differenza di quanto avviene nel disco, completava con l’aggiunta di un’ottava che gli cantò un giorno Barore Sassu, un tantino infastidito dopo averlo ascoltato fare la sua imitazione che, evidentemente, non gli era tornata tanto gradita.

 

L’attività artistica di Tamponeddu si limita, ora, a qualche esibizione presso un agriturismo nelle campagne di Luras, dove ha l’incarico di intrattenere i turisti – per lo più francesi, tra i quali risulta molto popolare – con la sua fisarmonica e, ogni tanto, qualche battuta. Per il resto, come abbiamo detto in apertura, trascorre il tempo a casa, dedicandosi magari a qualche lavoretto di artigianato tipo soprammobili (trenini, carri a buoi, antiche trebbiatrici ecc.; davvero carini). E poi, i ricordi e la malinconia. Perché ora che gli anni della grande attività si fanno sempre più lontani, ora che la giovinezza è solo un qualcosa di cui talvolta si parla, che la salute sua e soprattutto della moglie (Virginia Zaccagni, sposata nel 1960, che gli ha dato tre figli: Michele, Maria e Giulia) destano più di una preoccupazione, è naturale che subentri qualche accenno di tristezza. Scorrono davanti agli occhi immagini, che si fanno ogni giorno più invadenti, di emozioni intense, di pubblici festanti, di applausi scroscianti, di pacche sulle spalle, di tanta gente intorno: colleghi, estimatori, amici…E ti rendi conto che ora intorno a te c’è il silenzio, i colleghi chissà dove sono finiti, e gli amici pure…E ti senti solo. Tanto più solo quanto più numerosa è stata la gente che un tempo hai avuto intorno a te. E avverti un moto come di ribellione, perché ti sembra che il mondo sia un tantino ingrato e incapace di ricordare…

 

È normale, tutto questo, anche se un po’ triste. Ma accade a tutti. A tutti, intendo, coloro che hanno calcato le scene e che, in qualche modo, sono stati sotto i riflettori ed esposti all’attenzione e magari all’ammirazione del pubblico. Basta metterlo e tenerlo in conto; e non ti toccherà più di tanto. Anche perché poi, in fondo, la realtà è meno peggiore dell’apparenza. Perché, per tornare a Tamponeddu, sono fermamente convinto che siano ancora in tanti – tra coloro che l’hanno conosciuto e seguito nelle sue esibizioni – quelli che lo ricordano; con gratitudine per i tanti bei momenti di allegria e di sano divertimento che con lui, e grazie a lui, hanno vissuto.

Giovanni Perria

Làcanas n. 21, mesi de argiolas - austu 2006

Pubblicato in Bacheca, Mùsica

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